
NessunDove BookClub – Sulla “Trilogia di New York”
Si è concluso il primo incontro con il gruppo di lettura di NessunDove. L’opera scelta era “Trilogia di New York” di Paul Auster articolato in tre racconti legati tra loro da un non troppo evidente filo rosso.
Paul Auster, scrittore, regista e sceneggiatore, è considerato uno dei protagonisti della letteratura americana contemporanea e spesso ascritto al cosiddetto Postmodernismo.
Cosa è emerso dall’incontro?
Partiamo dicendo che le opinioni sono state contrastanti ma non nette.
I tre racconti “La città di vetro” “Fantasmi” e “La stanza chiusa ” vengono definiti forse in maniera fuorviante “detective stories”. Sebbene si parli sì di pedinamenti, misteri e casi da risolvere e per quanto in tutto il romanzo ci siano evidenti tinte noir, questa definizione è risultata imprecisa e ingannevole. Insomma, se vi aspettate un classico giallo, non è quello che fa per voi.
In molti hanno letto l’opera cercando di riscontrare una logica nel ritorno di personaggi (o per meglio dire dei nomi dei personaggi) laddove in realtà non vi era alcuna connessione razionale: questa continua ricerca, questo quadro mai completo della situazione, questo continuo giocare con il testo ha creato in alcuni una frustrazione nel proseguimento della lettura, mentre per altri è stato fonte di attrazione e riflessione.
Quali erano le tematiche principali?
Tutti d’accordo che il tema intorno al quale ruotavano i racconti fosse quello dell’identità: la perdita dell’identità e la ricerca di essa “i personaggi ritrovano la propria identità proprio nella ricerca, nel pedinamento, nel cercare qualcuno o qualcosa che forse non esiste. Ed è proprio cercando e perdendosi che ritrovano sé stessi”
La mancanza identitaria fa sì che difficilmente si riesca ed empatizzare con i personaggi che risultano volutamente poco delineati, sensazione accentuata anche dall’espediente narrativo del racconto.
I protagonisti si confondono tra le strade di New York: lo sfondo dei racconti infatti (come suggerisce il titolo) è proprio quello della metropoli per eccellenza. Una metropoli labirintica, fatta di specchi in cui cercare il proprio doppio, una metropoli degradata e degradante che incombe sui protagonisti. Una metropoli che non la fa mai da protagonista, ma da cornice silenziosa che sovrasta su chi vi si muove attraverso.
Parlando della struttura narrativa invece..
Si tratta di un’opera chiaramente postmoderna, un esercizio narrativo in cui la dicotomia scrittore-detective e narratore-personaggio la fanno da padrone. Sono presenti numerose digressioni su cosa è o non è un libro, si divaga quasi in maniera ossessiva sul tema della “scrittura” e di come un narratore accompagni i suoi personaggi all’interno di una storia. Dialoghi, destrutturazione della parola e di archetipi narrativi e l’uso spasmodico di analogie sono tipiche della letteratura postmoderna. Auster, tuttavia, è uno sperimentatore e non si sofferma su un unico stile narrativo, il punto di vista (e non solo) per esempio cambia attraverso i racconti.
Tuttavia, come viene fatto notare, il messaggio che ne emerge è “tiepido” e, a differenza di opere dello stesso filone narrativo (si pensi a “se una notte di inverno un viaggiatore” di Italo Calvino), sembra quasi si arrivi mai a un dunque, a una chiusa, a una riflessione forte e che tutto si risolva con una sorta di “coito interrotto“.
Il parere finale
Bello ma non lo consiglierei!







